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08.02.2018
Il ricordo č memoria

“Il Giorno del ricordo divenga un momento di riflessione collettiva sull’inviolabilità e sulla dignità della persona”, il pensiero del sindaco Riccardi.
 

Alla fine della Seconda Guerra mondiale, mentre tutta l’Italia, grazie all’esercito Anglo-Americano, veniva liberata dall’occupazione nazista, a Trieste e nell’Istria (sino ad allora territorio italiano) si è vissuto l’inizio di una tragedia.

La prima ondata di violenza esplose subito dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani slavi si vendicarono contro i fascisti e gli italiani non comunisti ritenuti ‘nemici del popolo’. La violenza, per giunta, aumentò nella primavera del 1945, quando la Jugoslavia occupò Trieste, Gorizia e l’Istria, e le truppe di Tito si scatenarono contro gli italiani. A cadere dentro le foibe (grotte carsiche, con un ingresso a strapiombo ) furono fascisti, cattolici, liberaldemocratici, socialisti, uomini di chiesa, donne, anziani e bambini. 350.000 italiani abitanti dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia dovettero scappare ed abbandonare la loro terra, le case, il lavoro, gli amici e gli affetti, incalzati dalle bande armate jugoslave. Gran parte di quei profughi conobbero precaria e indecorosa sistemazione, protrattasi anche per anni, in 109 campi profughi nelle diverse regioni d’Italia e furono i primi ad avere prelevate le impronte digitali, per il riconoscimento e la schedatura. Migliaia furono uccisi nelle foibe o nei campi di concentramento titini.

Il 10 febbraio, quindi, è stato scelto dal Parlamento italiano, con la legge n.92 del 30 marzo 2004, come il ‘Giorno del ricordo’, che non è solo dedicato alle vittime delle foibe, ma anche alla grande tragedia dei profughi giuliani costretti all’esodo. Perché il 10 febbraio? E’ una data simbolica che si riferisce al 1947, quando entrò in vigore il trattato di pace con cui le province di Pola, Fiume, Zara, parte delle zone di Gorizia e di Trieste, passarono alla Jugoslavia.

“Le occasioni come questa non possono esaurirsi nella ritualità. Devono rappresentare, invece, un momento di riflessione collettiva sull’inviolabilità e sulla dignità della persona, altrimenti sarebbero giornate inutili e costituirebbero, tra l’altro, una violenza della memoria”, il pensiero del sindaco di Manfredonia, Angelo Riccardi.

“Il Giorno del ricordo – prosegue il primo cittadino – è, dunque, un modo per confrontarci con i fantasmi di quel nazionalismo violento che non accetta la diversità, che vuole espellere il diverso, che pretende di ridurre una comunità a una impossibile omogeneità. Il ricordo è memoria, non solo delle tragedie avvenute, ma del cammino che abbiamo sin qui compiuto perché non si ripetano più tali devastanti eventi”.

 

Matteo Fidanza
Ufficio Stampa - Città di Manfredonia

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