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Miti di casa nostra - Dauno e il fondatore di Arpi Diomede, la profetessa Cassandra e l'indovino Calcante: sono i protagonisti di miti e leggende in terra di Capitanata.
Terra di conquista come tutto il Meridione e l'Italia intera, la provincia di Foggia ha visto avvicendarsi nel corso dei secoli sul suo territorio diverse dominazioni, in primis quelle dei Greci, che si stabilirono in quella che sarebbe diventata poi la nostra regione nel primo millennio a.C. Le vestigia del loro passaggio in terra di Capitanata sono visibili un pò dappertutto, prova ne sono i tanti ritrovamenti archeologici che testimoniano la presenza dei Greci dalle nostre parti in epoca preromana. La storia e le vicende umane delle genti elleniche si intrecciano e si confondono da sempre con le narrazioni mitologiche, nelle quali dei, semidei, uomini e animali sono al centro di avvenimenti fantastici che danno alle vicende umane che narrano un'aura di mistero. E i miti e le leggende dei Greci hanno lasciato il segno qua e là nel territorio di Capitanata.
Lo stesso nome con cui e' conosciuto da sempre il territorio della provincia di Foggia, Daunia, affonda le sue radici nella mitologia classica. L'eroe che dà nome alla regione, Dauno, figlio del re dell'Arcadia Licaone, sarebbe giunto in Puglia dando origine alla stirpe che da lui prende il nome, i Dauni, appunto, e denominando per sempre il territorio da lui conquistato. Ma questa versione dei fatti non convince molto, visto che i più fanno risalire la venuta di Dauno dalle nostre parti ad un'epoca più antica, il tempo della guerra di Troia.
Strettamente legata alla vicenda di Dauno è quella di un altro eroe, Diomede, eroe guerriero della guerra di Troia e inseparabile compagno di Ulisse che giunse in Italia e più precisamente sulle sponde daune, dalla natia Argo. Diomede non perse tempo: fondò la città di Arpi in origine Argos Hippion ed andò in aiuto del re Dauno, che in cambio aveva promesso di dargli terre e la figlia come moglie. Ma il re dei dauni non mantenne la promessa ed allora Diomede lanciò una tremenda maledizione secondo la quale la terra dei Dauni sarebbe rimasta per sempre sterile se non fosse stata coltivata da contadini provenienti dall'Etolia. L'eroe si impadronì della regione, segnandone i confini con pietre delle mura di Troia, pietre che Dauno - dopo aver fatto uccidere Diomede - fece gettare in mare ma che, prodigiosamente, tornavano a galla.
Legati alle sorti di Diomede furono i suoi compagni, che alla morte del loro eroe, nelle Isole Tremiti vennero tramutati in uccelli, le diomedee, il cui verso stridente assomiglia a un grido umano. In tutto questo racconto l'elemento che ricorre è il legame con i cavalli. Diomede, infatti, era noto nell'amtichità per essere "ladro e domatore di cavalli" e i cavalli ricorrono nella sua vicenda: la sua sposa è Euippe. La cavalla buona, la città che fondò Argos Hippion, i suoi compagni vennero trasformati in uccelli la cui peculiarità è vivere accanto ai cavalli. Un'eredità, quella dell'eroe che si tramanda fino ai giorni nostri, giacchè tra le genti del Gargano ancor oggi è diffuso l'amore per i cavalli oltre che, purtroppo, il furto degli animali da campagne e masserie, il famoso abigeato. Anche nella città di Arpi si ritrovano le vestigia del mito: in particolare quello della Medusa, la donna che aveva serpenti al posto dei capelli e che impietriva chi sosteneva il suo sguardo. Sul frontone posto all'ingresso di uno degli ipogei rinvenuti ad Arpi è scolpita infatti la testa della Medusa.
I miti e le leggende della nostra terra appaiono legati tutti da una sorta di fil rouge : la guerra di Troia e i suoi protagonisti, uomini e donne. In particolare ricordiamo il mito della profetessa Cassandra (figlia del re Priamo) e della leggenda ad essa legata dell'arrivo in Puglia dei vittoriosi Achei con le prigioniere troiane. Le prigioniere, racconta la leggenda, incendiarono le navi obbligando gli Achei a fermarsi e prenderle in moglie. Si ebbero poi le fondazioni di Arpi e Salapia. A ricordo del matrimonio al quale vennero obbigati, i Dauni indossavano vesti nere, così come di nero erano abbigliate le donne daune, a ricordo delle loro antenate troiane. E ad esse è connesso il culto di Cassandra, a Salapia e Luceria, dove abbracciando l'immagine della figlia del re di Troia, le donne daune, nerovestite, con il viso dipinto, calzari ai piedi e un bastone in mano, fanno mostra di voler respingere le pretese di matrimonio da parte dei giovani che a loro si presentano con la chioma acconciata come il troiano Ettore. Questo rito matrimoniale collettivo, al quale partecipano uomini e donne daune, si inserisce in un contesto diffidente rispetto a quello narrato dalla leggenda che ha per protagonista Diomede di cui abbiamo parlato sopra.
Un altro mito, al quale si ricollega un vero e proprio culto, è quello di Calcante e Podalirio. Calcante, indovino istruito nell'arte della profezia dal dio Apollo, predisse la durata decennale della guerra di Troia e proprio lui ispirò la costruzione del cavallo di legno. Podalirio, figlio del dio della medicina Esculapio, medico anch'egli, si distinse per le sue virtù di guaritore durante la guerra di Troia. Il mito accomuna le due figure che secondo la leggenda sarebbero approdati insieme sulle sponde italiche. Sul Gargano si diffuse, sul monumento funebre di Calcante e sulla tomba di Calcante un rituale praticato dai pastori del luogo. Essi si avvolgevano in velli di pecora sulla tomba di Podalirio da cui si ricavavano oracoli e al quale seguiva l'immersione nelle acque benefiche di un ruscello che apportava benefici alle persone e alle bestie. In ultimo, più che una leggenda è una tradizione popolare, quella della storia di Vieste e Pizzomunno. Contro le rocce della costa presso cui ora sorge Vieste naufragarono molte navi i cui nocchieri si erano lasciati attrarre dalle Sirene. E le Sirene tenevano prigioniera una giovane, Vieste, appunto, gelose della sua bellezza e della felicità che viveva con il suo compagno Pizzomunno. Narrano i racconti che un giorno, mentre attendeva sulla spiaggia il marito, fu trascinata in mare ed incatenata ad uno scoglio, lasciando Pizzomunno a piangerla in eterno. Una volta ogni cento anni le Sirene allungano la catena e consentono ai due infelici amanti di vedersi; ma al calar del sole, quando credendosi liberi fanno per andar via, tirano la catena: lei torna nei marosi, lui resta solo e i suoi gemiti si confondono con lo sciabordio delle onde.. Quando mito e leggenda corrono paralleli alla storia, non sempre le fonti concordano e, quindi, non poche sono le versioni di uno stesso avvenimento. Ma, si sa, i miti e le leggende non si preoccupano certo di dare verità storiche, anzi essi spesso conferiscono ai fatti storici un alone misterioso che li rende più affascinanti e seducenti.
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Maria Cristina Sicilia in "Viveur". Il giornale del tempo libero
Foggia venerdì 17 ottobre 1997 - n.35.