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E' ben noto come nel panorama della Preistoria Italiana la Puglia settentrionale costituisca un'area privilegiata per la comprensione dei complessi sviluppi legati al sorgere e all'affermarsi delle più antiche culture. Tuttavia, se alcuni siti rappresentano a tale riguardo un irrinunciabile caposaldo, molto lacunosa è insoddisfacente era fino a non molto tempo fa la documentazione relativa a una grossa fetta del territorio dauno, da imputarsi anche all'assenza di una indagine programmata.
Da circa un decennio è stata invece attuata da parte dell'Ente di tutela un'incessante e capillare attività di ricerca e scavo pressoché in tutta la Capitanata, giungendo spesso a risultati di grande rilevanza archeologica. Tali esiti appaiono tanto più straordinari se si considerano le risapute difficoltà a operare da parte della Soprintendenza, causa soprattutto gli esigui fondi a disposizione, a cui si aggiungono la vastità dell'area da coprire, l'intensità degli stravolgimenti agricoli praticati con mezzo meccanico e la martellante presenza degli scavatori di frodo.
1) Il Neolitico.
Nell'immensa piana del Tavoliere si conosce una miriade di villaggi trincerati, attivi durante il Neolitico antico, noti soprattutto per via delle foto aeree scattate nell'immediato dopoguerra dall'inglese J. Bradford, ufficiale della R.A.F..
Un contributo decisivo alla conoscenza delle forme di popolamento neolitico del basso Tavoliere si è avuto a seguito di una campagna di rilevamento, tuttora in corso, finalizzata alla redazione di una Carta Archeologica territoriale da realizzarsi in affannosa corsa col tempo prima che gli incalzanti lavori agricoli in profondità cancellino del tutto le tracce insediative preistoriche. Il territorio di San Ferdinando di Puglia appare, a tale riguardo, il più vessato: tra il 1988 e il 1992 è stata rilevata la presenza di cinque insediamenti inediti nelle località Sospiro, Straniero, Titolo del Lupo, Centoventuno e Brancalanza, attivi in maggioranza durante le fasi iniziali del Neolitico antico.
I nuovi dati rispecchiano appieno la griglia distributiva degli abitati neolitici, che si susseguono a distanze r avvicinate e ricorrenti di uno-due chilometri gli uni dagli altri, secondo modalità di utilizzo del territorio che trovano riscontri lungo la costa, come pure verso l'interno della Puglia centro-settentrionale. Le aree indagate in questa fascia situata subito a nord del basso corso dell'Ofanto, presentano costanti relative anche alla scelta dei luoghi in cui impiantare gli abitati, costantemente dislocati su modeste alture prossime a corsi d'acqua: a Brancalanza e Straniero è evidente la presenza dei fossati di recinzione, scavati nella tenera "crusta" calcarea. Anche per il vicino insediamento coevo di Madonna di Loreto, a Trinitapoli, si registra la presenza del fossato di delimitazione della superficie abitata (lo stesso nel quale, alcuni millenni dopo, verrà impiantato l'ipogeo dell'età del Bronzo). Altri villaggi neolitici nel territorio di Trinitapoli sono stati localizzati a Candida e a Vasche Napoletane, nel cuore delle Saline di Margherita di Savoia. In quest'ultimo sito, purtroppo, le testimonianze neolitiche potranno difficilmente essere recuperate nella loro interezza, dato che la realizzazione dei canali salini ha completamente sommerso gli strati più antichi. Appena fuori dell'area interessata dalle Saline è stato poi individuato l'abitato di Masseria Cerina, che si differenzia dai villaggi lungo il basso corso dell'Ofanto per la sua collocazione pianeggiante, prospiciente l'antica e fertile laguna costiera. A picco sul fiume, in superba posizione elevata e naturalmente difesa, sorgeva l'insediamento di Madonna di Ripalta, altura interessata da una lunga e fiorente occupazione durante l'età del Bronzo. In età neolitica, invece, il sito dovette ospitare una comunità non certo grande di agricoltori, come del resto sono nella grande parte quelle delle aree note: per lo più si trattava di piccoli nuclei sparsi nel territorio, dalla durata piuttosto breve, spesso rioccupati a distanza di tempo. A Ripalta è stato rinvenuto nello strato neolitico un piccolo focolare delimitato da lastrine di pietra infisse verticalmente nel terreno. Di una posizione ugualmente di altura si avvaleva anche l'insediamento individuato nel 1990 nel Subappennino Dauno sulla sommità della collina di Serbaroli, nel territorio di Sant'Agata di Puglia, interessata successivamente da presenze legate al megalitismo. A Vieste, in pieno centro urbano, è stata portata alla luce una poderosa stratigrafia riferibile, nella parte scavata nel corso del 1990, a un momento di transizione tra il Neolitico e la prima età dei Metalli. Gli strati inferiori, tuttavia, sono pertinenti a momenti più antichi risalenti al neolitico.
Il quadro globale fornito dalla ceramica rinvenuta nei siti finora indagati puntualizza pertanto la capillare occupazione del Tavoliere durante il VI millennio a.C., fenomeno al quale non sono esenti le aree montuose del Gargano e del Subappennino.
I fittili rientrano soprattutto nella classe delle ceramiche grossolane impresse e incise secondo canoni stilistici arcaici, con l'ausilio di una strumentazione piuttosto varia. Sono attestati i motivi a unghiate, a ditate e a pizzicato, a punzonature e a tacche minute, disposti in allineamenti spesso disordinati, tendenti a ricoprire l'intera superficie: frequenti sono le bande a zig-zag di motivi a rockers cardiali o lisci, i tremuli cardiali e le incisioni lineari e a tratti verticali o obliqui, a cui si accompagnano, apparentemente in minor misura, le classi fini brunite e graffite: documentata, in qualche caso, la presenza di ceramica figulina dipinta con motivi in bianco e rosso, attestante la prosecuzione dell'arco vitale dell'insediamento.
L'industria litica comprende foliati a sezione piano-convessa, con peduncolo e ritocco monofacciale, bulini e lame a dorso, geometrici e troncature. Su tutte le superfici esaminate si sono rinvenute evidenti tracce della presenza di strutture abitative, testimoniate dalla presenza dei resti di intonaci di capanne con impronte di palo, assieme a espressioni del vivere quotidiano come le macine.
La recente campagna di scavo nel centro di Foggia ha ulteriormente arricchito il quadro delle conoscenze sulle modalità della frequentazione umana in Capitanata durante il Neolitico, a conferma dell'adeguatezza del Tavoliere all'insediarsi di comunità di agricoltori.
Gli scavi, eseguiti all'interno della Villa Comunale nel corso del 1993, hanno portato alla luce un tratto di fossato delimitante una superficie contrassegnata dalla presenza di battuti, fori di palificazione, canalette e buche di forma ovale.
All'interno del fossato è stata poi individuata la presenza di una vasta cavità artificiale a forma di grotticella, separata dal letto del fossato da un muretto. Subito all'esterno della Villa comunale, all'angolo tra via Galliani e via Brigata Pinerolo, un intervento d'urgenza ha evidenziato tracce di una deposizione infantile, a cui era pertinente un pendaglio forato in giadeite, andata distrutta dal groviglio di tubazioni di vario genere che corrono in quel tratto sotto il manto stradale. I materiali ceramici recuperati in entrambe le aree di scavo consentono un'attribuzione cronologica del sito a un arco compreso tra il Neolitico antico e quello medio.
2) L'età del Rame
La fisionomia culturale della Puglia settentrionale durante l'età dei Metalli è sempre apparsa labile e indistinta. Anche in un ambito più ampio, relativo all'Italia centro-meridionale, gli apporti innovativi introdotti dai gruppi di cercatori di metalli nel vecchio mondo degli agricoltori neolitici sembrano articolarsi secondo modalità non sempre definite. L'avvio di una ricerca mirata ha invece consentito, con esiti del tutto insperati, la scoperta di numerose documentazioni relative all'Eneolitico, finanche in un territorio considerato tradizionalmente povero di testimonianze archeologiche come il Subappennino Dauno, che si configura attualmente come la parte più vivace della Daunia durante il III millennio a.C..
Le uniche attestazioni di presenze umane durante tale periodo erano inizialmente costituite dall'esistenza di due vasi isolati, facenti parte del nucleo originario della collezione del Museo Civico di Bovino. Pur essendosi persa l'indicazione del loro contesto, sembra comunque accertata la provenienza locale dei manufatti, che presentano fogge pertinenti alla cultura tirrenica del Gaudo. Altri due fittili donati recentemente al Museo di Bovino confermano le presenze eneolitiche nel Subappennino. Ma ben altre possono considerarsi, allo stato, le valenze di questo territorio durante la prima età dei Metalli, come dimostrano i risultati della campagna di scavo effettuata nel 1991 nella località Sterparo, tra i comuni di Bovino e Castelluccio dei Sauri. Già nota per il recupero, a partire dagli anni '50, di una trentina di stele antropomorfe, la zona ha riservato l'importante scoperta di un basamento e di un edificio cultuale di tipo megalitico, per la cui realizzazione si è fatto ricorso a specifici rituali di fondazione che presentano singolari analogie con quelli praticati nell'area megalitica di Saint-Martin-de-Corleans, ad Aosta. Anche i materiali ceramici recuperati trovano confronti in forme e decorazioni della cultura eoliana di Piano Conte e di quella danubiana di Baden, con il caratteristico decoro a scanalature e a solcature e la forma a fiasco di alcuni fittili.
Sterparo è, allo stato, l'unica attestazione meridionale di particolari realizzazioni cultuali megalitiche comuni, nel medesimo periodo, lungo l'arco alpino e in Svizzera. Nello stesso tempo, i risultati dello scavo hanno consentito una più puntuale attribuzione cronologica e culturale delle stele antropomorfe, anch'esse inquadrabili nelle manifestazioni legate alla diffusione del megalitismo che, con l'eccezione della struttura dolmenica garganica di Molinella, nei pressi di Vieste, andata distrutta, era finora sembrato un fenomeno documentato in Puglia soltanto nella parte centro-meridionale. Di difficile inquadramento cronologico, ma anch'essi collegati alla diffusione del megalitismo, sono i menhir individuati nel 1989 nel territorio di Sant'Agata. Alti in media m. 1,90, di forma stretta e slanciata, i monoliti sono aniconici, a volte grezzi e piuttosto irregolari, altre sbozzati e sagomati con maggior cura in pilastri variamente profilati, con terminazioni rastremate e vertici arrotondati.
Sul massiccio garganico, il già menzionato intervento di scavo nel centro di Vieste ha portato alla luce resti riferibili a una vasta area insediativa perdurata per quasi tutto l'Eneolitico.
Dai dati emersi è stato possibile cogliere le seriazioni tipologiche degli stili ceramici e dell'industria litica e, soprattutto, ricavare significativi dettagli sulle attività di sussistenza praticate. Tali attività appaiono vistosamente legate alla pesca, come testimonia la presenza all'interno di un'abitazione di numerosi pesi per le reti.
Una miniera di selce è stata intercettata nel 1990 durante l'esecuzione di lavori pubblici in località Valle Sbernia, nei pressi di Peschici. Si tratta di un vasto impianto estrattivo profondo, complesso quanto a impostazione strutturale e, soprattutto, articolato in comodi spazi entro i quali svolgere attività differenziate di estrazione e prima sbozzatura della selce. E', questo, un dato archeologico e culturale di notevole importanza per il Gargano, nel cui ambito si includono strutture minerarie più semplici, a pozzi verticali o a gallerie orizzontali. Anche alla Defensola, vero e proprio distretto minerario di grandi dimensioni, sembrerebbero mancare allo stato gli ampi spazi interni presenti a Valle Sbernia, che consentivano a chi vi estraeva la preziosa materia di lavorare in posizione stante. In uno degli ambienti della miniera è stata fatta una scoperta eccezionale sotto il profilo cronologico-culturale: una volta ultimata l'attività estrattiva, in questa camera è stata ospitata una sepoltura collettiva, del tipo a grotticella artificiale con pozzetto d'accesso centrale, ampiamente diffuse durante l'Eneolitico.
Gli inumati, una decina tra adulti e bambini, erano accompagnati da un corredo vascolare composto da vasellame e industria litica appartenente tipologicamente alla cultura del Gaudo, mai attestata prima d'ora sul Gargano.
La scoperta è carica di preziosi suggerimenti riguardanti i criteri di frequentazione e scambio in uso tra le popolazioni eneolitiche in merito al reperimento della selce: quella garganica, notoriamente assai indicata per la lavorazione dei manufatti, potrebbe aver determinato lo spostamento di un nucleo di genti del Gaudo fin sul Promontorio.
Nella località San Vito, che sorge a ridosso delle ultime propaggini della zona delle Saline, è stata individuata nel 1991 un'area interessata da cospicue presenze ceramiche e litiche riferibili agli inizi del III millennio a.C.. Le ceramiche mostrano il tipico decoro a solcature dello stile eoliano di Piano Conte e quello cosiddetto rusticato a scaglie. Un intervento di scavo nella zona ha consentito di portare alla luce una successione di livelli di frequentazione indiziati dalla presenza di compatti piani di battuto in argilla concotta, con abbondanti tracce carboniose. Nel corso dello scavo è stato rinvenuto un bel pendaglio di osso di accurata fattura, decorato a cerchielli impressi a fuoco. Anche nella vicina Vasche Napoletane è stata rilevata la presenza di una fase insediativa eneolitica, che precede l'occupazione dell'età del Bronzo.
Il rinvenimento sporadico di isolati materiali ceramici o di industria litica, recanti i tipici caratteri delle culture eneolitiche, per quanto non ancora inquadrabili in contesti definiti, è tuttavia una conferma della vivacità del territorio foggiano durante il III millennio a.C.: in località Cologna, nei pressi di Castelluccio dei Sauri, si è recuperato un frammento di coppetta con ornato a motivi triangolari campiti a fitte puntuazioni circolari, nello stile di Laterza; un frammento con decorazione simile proviene anche dall'altura di Madonna di Ripalta; tra i reperti del Museo Civico di Bovino compare un nutrito repertorio di strumenti litici di evidente tipologia eneolitica; da masseria De Fidio, infine, non lontano da Trinitapoli, proviene una tazza a calotta, munita di ansa a largo nastro verticale sopraelevato sull'orlo, con bugne all'attacco, interessata da una decorazione incisa comprendente un triplice motivo ad angoli continui.
3) L'età del Bronzo
Agli inizi del II millennio a.C., nell'Italia sud-orientale si affermano modelli d'occupazione territoriale che prediligono le posizioni strategiche, tanto per gli abitati costieri che per quelli dell'interno, esigenza determinata dalla crescente attività di scambio a largo raggio, praticata tra comunità con economie complementari.
Le ricerche in corso nel basso Tavoliere evidenziano, al riguardo, l'omogeneità culturale che accomuna i centri dislocati lungo il medio e il basso corso dell'Ofanto, che traggono particolare prosperità proprio dalla vicinanza all'importante via fluviale. L'esplorazione sistematica del grande villaggio all'aperto di Madonna di Ripalta ha evidenziato il denso tessuto abitativo dell'area, la cui frequentazione intensiva sembra iniziare durante il Bronzo medio; nei periodi successivi l'abitato si sviluppa progressivamente, raggiungendo la massima espansione nella piena età enea, con l'assunzione di un'organizzazione di tipo ormai protourbano. La vita non sembra cessare sull'altura nel momento di transizione tra il II e il I millennio a.C., per quanto ridimensionata nelle testimonianze pervenuteci, tra le quali prevalgono nettamente le ceramiche depurate, decorate col tipico repertorio dipinto protogeometrico. Dopo saltuarie presenze riferibili all'età dauna, Ripalta tornerà ad essere attivamente frequentata a partire dal IX sec. d.C., perdurando fino al tardo Medioevo.
Le ricerche condotte a partire dal 1986 hanno portato alla scoperta di numerose strutture abitative, tra le quali un'ampia capanna di età appenninica, a pianta rettangolare absidata e delimitata lungo il perimetro esterno da un triplice ordine di canalette. Al suo interno sono stati rinvenuti numerosi elementi dell'utensileria domestica: punteruoli in osso, rocchetti e fuseruole d'impasto oppure in osso, macine e elementi di fornello in impasto grezzo. La sovrapposizione più abitazioni su una stessa estensione rende non certo agevole il lavoro di riconoscimento delle singole fasi di sviluppo dell'insediamento: le diverse strutture che sono state edificate in momenti diversi sull'altura sono evidenziate dai piani di battuto e, soprattutto, dai numerosi fori di palificazione, spesso ancora inzeppati o muniti di un doppio fondo più ristretto per l'inserzione di paletti di sostegno. Gli avanzi di pasto, abbondanti in tutti i livelli indagati, consentono l'elaborazione di fondamentali dati sul tipo di dieta alimentare seguita dagli abitanti e sull'economia praticata. Il rinvenimento di vasellame allo stato integro è una caratteristica ricorrente a Ripalta, un dato non comune in contesti abitativi caratterizzati, come questo, da ripetuti episodi di frequentazione: dai livelli del Bronzo finale provengono svariati dolii per derrate, solitamente infissi in coppie nel pavimento delle abitazioni o nelle aree ad esse limitrofe. Allo stesso momento cronologico appartengono due grandi enchytrismoi per sepolture infantili. Nei sottostanti livelli subappenninici e del Bronzo medio appenninico è stata recuperata la maggior parte dei fittili integri: tazze con alto manico forato, brocchette e scodelle con vasca bassa e larga, non di rado rinvenute impilate le une nelle altre. La scoperta di una forma di fusione in arenaria per un pugnale costituisce prova dell'esistenza in loco di artigiani metallurghi in grado di lavorare il metallo, prezioso presso le comunità del II millennio a.C. per la fabbricazione di oggetti pregiati quali le armi e gli ornamenti.
Agli inizi del Bronzo medio è da collocare la realizzazione di un grandioso ipogeo scoperto nel 1989 in località Terra di Corte, nel comune di San Ferdinando di Puglia. La struttura sotterranea, scavata artificialmente nella crusta calcarea, è formata da uno stretto dromos curvilineo, costituito da una rampa a cielo aperto in ripida pendenza, seguita da un tratto interrato e piano, attraverso cui si accede a un'ampia camera rettangolare e a una piccola cella che si apre lungo una parete.
I manufatti rinvenuti nella struttura provengono quasi tutti dal tratto coperto del dromos. Si tratta di vasellame d'impasto molto frammentato e avanzi di fauna da banchetto; all'imbocco del dromos era collocata una vaschetta di pietra di forma ovale, destinata probabilmente a fungere da lucerna per rischiarare il tragitto interno. Un punteruolo in osso a doppia punta proviene invece dall'ambiente principale, sul fondo del quale e stato rinvenuto un grosso masso di forma sferica, munito di varie coppie di fori passanti.
Sembrerebbe trattarsi di un ipogeo frequentato a scopo rituale, luogo di raduno per gruppi anche numerosi: infatti, analogamente a quanto si rileva negli ipogei dell'acropoli di Toppo Daguzzo, presso Melfi, parrebbe che la struttura fosse soggetta a cicliche riaperture, ragion per cui il dromos veniva temporaneamente chiuso con pietrame a secco, agevolmente rimovibile. Al contrario, il lungo dromos che precede l'ipogeo di Madonna di Loreto a Trinitapoli, era stato accuratamente sigillato con pietrame cementato da un efficace legante, a dimostrazione della volontà di chiudere definitivamente l'accesso alla tomba una volta interamente occupati dalle deposizioni gli spazi disponibili al suo interno. Indagato a partire dal 1987, il sepolcreto costituisce una delle scoperte in assoluto più importanti relative alla media età del Bronzo, tuttora un unicum in Italia quanto a complessità strutturale e a ricchezza di corredo.
Concepita per ospitare decine di spoglie mortali di un'élite aristocratica (allo stato sono state individuate almeno centocinquanta deposizioni), evidenziata dallo splendore e dalla magnificenza delle suppellettili, si configura come una tomba familiare per uno o più gruppi parentelari, che la utilizzarono per diverse generazioni. Lungo le strette lingue di terra affioranti tra le vasche e i canali delle Saline di Margherita di Savoia, in località Vasche Napoletane, è stata scoperta un'interessante testimonianza delle composite attività economiche praticate dalle comunità enee. Durante le ricerche, iniziate nel 1991 e ancora in corso, si sono portate alla luce numerose piattaforme circolari dal diametro assai vario, delimitate da strette canalette (diametro minimo m. 1,10, mass. m. 3,20). Un vistoso allineamento di buche per l'alloggiamento di pali lignei attraversa l'area centrale dello scavo; tre profondi e larghi canali rettilinei si dipartono dalle piattaforme maggiori e un quarto delimita verso nord le circonferenze, conferendo all'area un meditato assetto di tipo ingegneristico. Le testimonianze finora venute alla luce escluderebbero l'uso del sito a scopo abitativo, mentre la destinazione più probabile sembrerebbe quella di un grande ambiente di lavoro coperto da una tettoia sorretta da pali, nella quale si svolgevano attività connesse allo sfruttamento del sale, la cui importanza nell'antichità è un dato ampiamente documentato.
A Salapia, piatta estensione un tempo prospiciente la fertile laguna costiera della quale costituiva l'immediato entroterra, si attua quotidianamente il saccheggio sistematico della ricchissima necropoli di età dauna. Nel 1992, a seguito di un ennesimo intervento dei clandestini, è stata recuperata un'ingente quantità di vasellame quasi integro, riferibile a un'area insediativa, come attesta la presenza di grossi pesi fittili, per la pratica della tessitura e i numerosi fornelli e diaframmi. Un saggio di scavo condotto subito dopo nella zona ha portato alla scoperta di un fondo di capanna addossato direttamente alla roccia di base, ribassata artificialmente per ospitare l'abitazione. Il pavimento interno mostrava un'accurata preparazione, consistente in un livellamento del piano litico, mentre l'area esterna era costituita da una massicciata di ciottoli. I materiali rinvenuti attestano una lunga occupazione del sito dalla media età del Bronzo fino agli inizi dell'età del Ferro.
Altri episodi di frequentazione della fascia costiera dauna nel corso del II millennio a.C. sono stati individuati tra il 1991 e il 1992 nelle vicine località di Nattoni e Alma Dannata. Il dato di maggiore rilevanza che se ne ricava è l'evidenza di una frequentazione del Tavoliere durante l'età del Bronzo altrettanto fitta e capillare di quella neolitica, confermata pienamente dalle modalità del popolamento della sponda sinistra del basso Ofanto, con la scoperta dei siti più interni di Carrochiuso, Chiarazzi, Straniero e Concadoro, nel territorio di San Ferdinando.
Le aree montuose subappenniniche mostrano al contrario una documentazione lacunosa per l'età del Bronzo; tuttavia, la presenza nella collezione del Museo Civico di Bovino di pochi ma significativi frammenti vascolari attesta la non estraneità del territorio alle vicende culturali del II millennio a.C.. La recente scoperta, nel corso del 1991, di un insediamento di altura alle spalle del Monte Rullo, in agro di Celenza Valfortore, contribuisce a spezzare l'apparente dato culturale con le culture seriori. L'abitato occupa un vasto pianoro in posizione topograficamente strategica, secondo i canoni insediativi della media età del Bronzo. Le abbondanti testimonianze reperite sul luogo permettono di ritenere vitale il villaggio durante la facies appenninica, caratterizzata dalle tipiche ceramiche decorate a incisioni e a intaglio.
Sull'omonima punta garganica che si protende nell'Adriatico a pochi chilometri a sud di Peschici, la Grotta Manaccore è ben nota fin dagli Anni '30 per la fondamentale importanza del suo straordinario deposito stratificato. Nel 1990 si è dato l'avvio a un programma di scavo sistematico dell'imponente cavità naturale, che ha portato alla luce una pavimentazione riferibile a un'ampia superficie abitativa addossata alla parete rocciosa, risalente al Bronzo finale. Al suo interno si è scoperto un focolare ricco di resti di pasto bruciacchiati; lungo uno stretto ingrotto che separa l'abitazione dalla vicina parete di roccia e stato rinvenuto un allineamento di sepolture infantili, singole o anche duplici, in enchitrismoi d'impasto.
Tracce di deposizioni sconvolte di adulti sono state invece individuate in corrispondenza di sporgenze della roccia, accompagnate da alcuni manufatti di bronzo, tra i quali spicca un coltello a lama ricurva.
I dati oggi in nostro possesso offrono dunque un quadro esaustivo delle culture e del popolamento preistorici nella Puglia settentrionale. Nel contempo è possibile ricavare da essi informazioni su molteplici aspetti del vivere antico, dalle attività praticate alle manifestazioni di culto e a quelle funerarie. Si tratta, senza dubbio, di un'importante occasione di studio di una realtà, la cui piena comprensione e affidata alla prosecuzione e alla sistematicità delle ricerche.
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Anna Maria Tunzi Sisto, Soprintendenza Archeologica della Puglia